Esprimi un desiderio

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On air – You are my Sunshine – Johnny Cash

“Vorrei darti ciò che desideri” – mi dice. Una mattina.
E quindi, io penso, immediatamente: pizza con le patate.
Mica una qualunque, tra l’altro. Quella con le patate grattugiate sopra, a listarelle sottili. Col rosmarino e non troppa mozzarella. Desidero questo. Lo desidero da settimane, ma non mi va, davvero non mi va di rispondere così, di rispondere “pizza con le patate”. 
Una vita passata a decantare l’onestà intellettuale, la schiettezza, la trasparenza come chiave di una vita serena e scevra di rogne e poi ci si limita e ci si perde in un trancio di pizza. Almeno un paio di amiche mi sgriderebbero per questo. Mi sgriderebbero perché “Dire di cosa si ha bisogno, manifestare i propri desideri, è fon-da-men-ta-le tesoro bello, fon-da-men-ta-le”. Fondamentale quanto ammettere che sei a un trancio di pizza con le patate dalla felicità. Il punto è che ho capito solo a seguito di lunghi e laboriosi brainstorming con amiche più o meno sobrie e a seguito di una certosina analisi della mia vita da giovanedonnainnanzialmondocrudele – che inizia all’incirca quando vomitai i fagiolini verdi e il prosciutto crudo sotto il tavolo di casa di Becky – che le cose che più mi danno gusto sono quelle di una semplicità assoluta, disarmante e quasi imbarazzante. Quelle cose che a 20 anni pensi che coglioni, a 25 pensi boh, e che a 30 metti nella wishlist accanto a un cappello a falde larghe color prugna. Cose talmente semplici che no, spesso non si dicono. O non le voglio dire. O che cazzo ne so che succede ma resto muta, nella sciocca ed incolmabile speranza di essere capita lo stesso. Fa parte dei miei (comunque numerosi) difetti. E lo sanno tutti che conoscere i propri limiti è importante tanto quanto urlare al mondo i propri bisogni, di qualsiasi grandezza od idiozia essi siano. Ed io lo so, lo so bene di essere una rompicoglioni spocchiosa, viziatella e con un cupo senso dell’umorismo, ma mi piace pensare che le cose a volte funzionino esattamente nello stesso, semplicissimo, modo di quando entro nel mio bar solito, e mi piazzo in piedi, muta, davanti il bancone, e mi arriva il caffè. Esattamente come lo prendo io.

Il tramonto (sui palazzi della Bnl)

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On air – Cosmic Dancer– T.REX

In un mondo ideale ti svegli con Marc Bolan accanto al letto che ti canta qualsiasi cosa gli passi per la testa con la sua voce aggraziata, i suoi ricci scomposti.
L’ho mai detto quanto ami Marc Bolan? Mi sa di sì, mi sa che l’ho detto un sacco di volte, ma oggi ricordarsi le cose risulta difficile.
Accendo la musica ancor prima di accendere la luce della stanza. Raccolgo i pezzi di me ancora sparsi nel letto e li trascino nel bagno, ma i miei piedi rimangono incollati proprio un centimetro prima della doccia. Non voglio lavarmi. Mai più. Penso per un attimo, odorandomi la pelle.
“Non pensavo una stronzata del genere dai tempi del liceo” – confido a Sofia, decine di ore dopo. Due luttuose docce dopo.
“Il sorriso? Come c’ha il sorriso?”
“C’ha il sorriso fammeviaggià” – le dico nel suo linguaggio.
Lei ammicca, felice come un francofono quando gli parli nella sua lingua e non lo costringi in spericolate acrobazie anglofone.
Ci guardiamo un istante, un po’ titubanti. Ci scoliamo l’ultima goccia di vino rimasto. Io lecco il bordo del bicchiere, sovrappensiero. Sappiamo tutte e due che la conversazione non è finita qui.
“E poi?” – mi incalza – “Roba di additivi, Led Zeppelin… Woodstock?”
Woodstock, nel suo linguaggio, è qualcuno per cui perdere la testa, qualcuno che non ti delude, qualcuno che Noi facciamo della musica libera, dura, che picchi forte sull’anima in modo da aprirla.
“Woodstock” – rispondo.
Lei allunga il suo bicchiere verso di me, ma il mio è vuoto, e schivo il brindisi.
Poi, qualcosa nell’impianto elettrico del locale va storto e lei rimane con il bicchiere a mezz’aria mentre il bar diventa buio e la musica si interrompe. Ci voltiamo tutte e due a guardare qualcosa di abbagliante che ci cattura appena fuori dalla finestra. E’ un palazzo Bnl, coperto di specchi. Il sole che tramonta lo rende di un arancione accecante, ed è qualcosa di così sinteticamente commovente che mi cominciano a brillare gli occhi.
Sofia non la subisce quella bellezza artificiosa, non rientra tra le sue corde. Sbadiglia senza coprirsi la bocca, scivola un po’ più giù con il sedere sulla sedia e mi punta gli occhi addosso.
“Abbiamo fatto 30 anni nell’epoca sbagliata, a proposito di Woodstock” – mi dice – “Io volevo avere 30 anni negli anni ’70. Io volevo fare la groupie”
“Io è una vita che lo dico. Volevo essere la groupie di Marc Bolan” – e sono seria ed addolorata mentre pronuncio quella frase. E’ il desiderio che avrei espresso al genio della lampada.
Lei mi accarezza una mano con la comprensione di una sorella maggiore. Ci sussurriamo qualcosa sui reciproci sogni infranti, sul Woodstock di Bethel, su quanto, in realtà, non è triste ma maledettamente bello cambiare ed evolversi, infilarsi scarpe con tacchi diversi, guardare tramonti diversi, che non sono sulla spiaggia o tra le colline, ma sono riflessi su palazzi di vetro, e sbucano quando meno te lo aspetti, ed emozionano in quel modo struggente, e pieno. Perché è un modo diverso. Ed era la prima volta che, io, vedevo un tramonto così.

Tutto un sacco punk

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On air – Guns of Brixton– The Clash

Mi fingo momentaneamente interessata al punk anni 70/80 quando in realtà ho appena levato Gianni Togni dalla playlist di Spotify.
Mi fingo momentaneamente inappetente, quando in realtà sono sola ed abbandonata con i miei calzini colorati in un fangoso weekend e ci sono solo i Cheerios nella dispensa.
I Cheerios cazzo.
Mentre la gente ti parla di brunch e roba figa, di pasti luculliani preparati con amore da compagni sexy e con la barbetta incolta della domenica tu ti ricordi che passerai la giornata da sola con i Cheerios. E Gianni Togni.
Hai paura.
Per un lunghissimo attimo temi davvero che questo possa essere solo uno squarcio del tuo futuro prossimo: sola, con i Cheerios e le canzoni melodiche italiane.
Quanto passerà prima che io diventi una gattara?
Ma elimino subito il pensiero e le domande connesse dalla testa, metto i Clash e levo i calzini colorati, ché ho un gran bello smalto sui piedi, ed è un peccato non camminare scalzi, anche se fuori ci saranno appena 2 gradi.
Esco fuori. Perlomeno in balcone. Vorrei correre a baciarlo ma non posso. Non c’è. Dove cazzo sta non lo so, non so nemmeno bene dove mi trovo io, devo ancora familirizzare del tutto con i luoghi della mia vita. La mia vita, che è diventata in un attimo così romantica e struggente che la prossima settimana vado dal dentista a verificare che tutto questo zucchero che ho in circolo non mi abbia cariato qualche dente.
Sono settimane piene di parole. Un tempo avrei tranquillamente tentato il suicidio per cotanta verbosità, ma il mio lato femminoso (quello, cioè, che si trova in senso diametralmente opposto a quello che, in questo preciso istante, sta provando ad aprire una Corona con i denti) sta apprezzando parecchio anche questa novità.
Lisa mi ha ascoltata, ieri, con una pazienza insolita. Alla fine ho la coscienza pulita, sono io che ho ascoltato lei per anni e anni e anni quando mi parlava delle sue frustrazioni, dell’impossibilità di trovare un parrucchiere di fiducia, del fatto che dovrei convertirmi anche io all’uso delle jumpsuits (“Ché sono comodissime, eccetto quando devi far pipì e sei fuori casa. Devi mettere in conto che ti troverai spesso completamente nuda in un bagno pubblico. Sei pronta ad affrontare questo?”).
Lisa mi ha ascoltata mentre tirava fuori lo specchietto e si sistemava il rossetto. Arricciava le labbra e poi, continuando ad ammiccarsi nello specchio, ha detto rivolta a me:
“Attenta a sfruculiare troppo nell’animo maschile, ché non si sa mai cosa può saltar fuori”
Io le ho risposto entusiasta, forse troppo, che è una massima brillante, e che avrei dovuto appuntarmela da qualche parte. Lei ha ignorato il mio entusiasmo e ha messo via specchio e rossetto. Poi mi ha guardata seria e mi ha chiesto se mi avesse mai raccontato di quando aveva messo alla prova il suo ex chiedendole se fosse ingrassata.
No, non me lo aveva mai raccontato.
E sono quindi tornata muta ad ascoltarla, pensando che in fondo era meglio così, senza sfruculiare troppo nemmeno nel mio, di animo, ché non si sa davvero che cosa può uscire fuori, in questo inverno che è un po’ una valanga, un po’ una canzone, un po’ mammamia.

Panem et circenses

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On air – First day of my life – Bright Eyes

Il mojito non era mai stato tanto buono.
Quindi raddoppio, ne prendo un altro, e la testa inizia a girarmi molto prima del previsto. Mi siedo vicino al bancone, così da non darlo a vedere.
Mi sistemo la gonna, sospiro felice mentre prendo un’oliva da un piatto destinato a qualcun altro.

“E’ esattamente come quando posi il culo sul divano dopo aver passato un’ora sul sellino ostile della spin bike” – dico, suppongo ad alta voce.

“Ma cosa” – mi chiede il tizio moro con l’occhio ceruleo da fulminato, seduto vicino a me. In realtà non stavo parlando con lui, ma da sola. Puntualizzarlo sarebbe stato scortese, probabilmente.

“La mia vita, negli ultimi tempi”

“Riso per giorni? Scopato per settimane?” – mi incalza lui. La sua camicia inamidata gli regala un’aria tremendamente seria.

“Riso per cose becere. Scopato per ore, in posti davvero scomodi”

Alla fine diventiamo amici per una sera, io e occhietto ceruleo. Mi offre il terzo mojito, che mi sbraga totalmente, e mi racconta, nei dettagli, la scoperta della sua sessualità, a 40 anni, quando decide di lasciare la moglie, “una rossa d’altri tempi, bellissima, con le tette che guardavano alle stelle”, per Lorenzo, l’uomo dietro al bancone con dei baffi sexy, che ci ha appena preparato il nostro terzo mojitodellamorte. Cincischiamo su quanto è bello starsene al bancone da soli, finché ovviamente non si trova un piacevole frocio e una piacevole outsider con la gonna a righe con cui discorrere.

“E tu quindi? Sei qui da sola?”

“No. Sono con quello che si agita lì in fondo” – rispondo indicando un’ammucchiata di gente alle nostre spalle – “È un incontro di lavoro, dice. Roba di musica, dice. È pazzo, dico io”

“Perché dici che è pazzo?” – mi incalza Occhietto.

“Mi parla in modo strano del suo basilico.
《E’ particolarmente longevo》dice.
《Quanto ha》ho chiesto un giorno io.
《Un mese》mi ha risposto serio. E quindi mi domando, solitamente che cazzo ci fa con le piante di basilico, dà fuoco ai vasi? Le getta dal terrazzo in testa ai passanti? Cosa cazzo ci fa quello lì col basilico?”

“Suggeriscigli di parlarne con qualcuno”

“L’ho fatto. Non crede agli aiuti. Dice che solo la musica guarisce, La musica è tutto”

“Ti fa cantare mentre scopate?”

“Lorenzo lo fa?”

“Non lo so”

“In che senso?”

“Può darsi che canto, può darsi che piango, non lo so. Quando faccio l’amore con lui sono felice al punto da dimenticare tutto. Sei mai stata così felice da dimenticare tutto?”

“Oh sì. Un sacco di volte. Sono una privilegiata che non ricorda più un cazzo di niente, infatti”

Lui si alza, tentenna, inciampa nel suo sgabello, mi da un bacio sulla guancia, e mi porta fiero dietro al bancone, a conoscere Lorenzo.

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi (Genesi)

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On air – Girl – Marc Bolan & T.Rex

[…] perché spogliarsi dovrebbe rendere vulnerabili. Non l’ho mai capito. Non sarò di certo più protetta se ho addosso una delle mie canottiere estive. Di quale vulnerabilità parliamo allora, dei malanni stagionali? O di quella vulnerabilità che nasce dal lasciar cadere le maschere? Non era passata di moda ‘sta stronzata delle maschere? Non aveva lasciato spazio al flower power e allo stile marinaro? E in ogni caso, possiamo cortesemente perdere un po’ tutti quanti l’abitudine di parlare in senso metaforico? Ché io, non so voi, ma le amo da impazzire quelle persone dotate della sincerità che stupra, che ti odiano o ti amano senza filtri, che ti arrivano violente addosso colpendoti allo sterno, facendoti mancare il fiato. Quelle che anche se non c’entra un cazzo con i discorsi che stai facendo si fermano a guardarti e ti dicono “Sei dolce”, e tu pensi subito Oddio no, ma si ferma lì, non parte nessuno spleen baudeleriano in cui senti la necessità di vomitare al mondo intero la tua disperazione per essere una femminella dolce. Ché sei felice, senza dietrologie e un po’ alla come cazzo capita […]

 

I ciccifrolli

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On air – 1979 – The Smashing Pumpkins

Lo incontro al tabaccaio dietro casa mia, mi ci schianto proprio addosso mentre sto uscendo.
A volte il destino è proprio stronzo.
Sono contenta di incontrarlo, ho una strana agitazione addosso. Sono contenta della mia strana agitazione addosso.
Da vicino ha gli occhi più piccoli di come ricordassi. I suoi 36 anni si vedono tutti, da vicino, ma non gli stanno male.
“Tavolo, vino, ciccifrolli?” – azzarda lui.
“Cosa sono i ciccifrolli?” – chiedo io.
“Quelle cose che si smangiucchiano mentre si beve”
Suppongo di aver detto di sì, perché a un certo punto camminiamo verso la sua macchina.
Mi chiede dove voglio andare. Diciamo contemporaneamente il nome dello stesso locale, ridiamo imbarazzati, è una cosa stupida ma ridiamo, ci scambiamo un ennesimo sorriso teso, e saliamo in macchina.
“Mi dispiace per la macchina, è davvero zozza”
Non sono sicurissima di cosa ho risposto, ma ho l’impressione di aver detto Sticazzi.
Ci facciamo quattro birre, ché fa caldo. A me, perlomeno, bolle il cervello, ma ho la giacca di pelle addosso.
La sua voce è diversa.
La sua voce è diversa dalla sua faccia, da come si muove, da quello che mi racconta.
La sua voce è diversa. La sua voce mi fa un sacco di domande. La sua voce è ingorda di conoscermi e io sono ingorda di ciccifrolli.
“Dici che faccio un casino se lancio il tavolino che ci separa e ti bacio?” – mi chiede la sua voce.
Io non lo so mica che risponde la mia. Sono le 21 e sono digiuna e un po’ ubriaca.

Portami in braccio a braccio

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On air – This time tomorrow – The Kinks

“E poi ero così incazzata che quando abbiamo parlato c’avevo le Madonne in fuori gioco” – ha detto Sofia. E forse non significa un cazzo, in italiano, ma io ho capito benissimo cosa intendeva e come si sentiva.
“Volete provare il nostro platano fritto con maionese e curry?” – ha detto la cameriera avvicinandosi timidamente a noi mentre Sofia continuava a gesticolare come in preda alle convulsioni.
“E proviamo ‘sto platano fritto” – risponde lei senza nemmeno guardarla in faccia e continuando a parlare con me delle sue Madonne in fuori gioco.
“Ma scusa Sof, ma il platano che cazzo è? Non è una banana? Ci danno una banana con la maionese e il curry?” – intervengo io parlandole sopra.
“E proveremo ‘sta banana” – risponde. Capisco che non è aria, non si può interrompere in alcun modo il suo monologo e, quando arriva il platano fritto, non lo tocchiamo neanche.
Alla fine Sofia è sempre stata così, gli anni e il mondo maschile hanno solo enfatizzato i suoi lati drammatici, ma lei è questa. Dice che cambierà musica, che ci saranno svolte, che certe esperienze subìte la faranno diventare fredda e austera e autocontrollata e indifferente e distaccata, e ogni giorno sembra quel giorno, il giorno in cui lei cambierà, il giorno in cui tutto verrà sovvertito.
Ma sistematicamente non succede mai un cazzo.
Non succede mai un cazzo perché ci pensa, perché si studia a tavolino i suoi comportamenti futuri e mette una X accanto alla dote che vorrebbe avere. Lo abbiamo fatto un po’ tutti quanti nella vita. Io ho messo un’infinità di X accanto alle parole Pazienza, Dolcezza, Tette. Ho rimediato solo sull’ultima. Con l’aiuto del pubblico, non certo grazie alle mie X.
La razionalità fa schifo al cazzo. Ecco cosa ho imparato dalla mia vita da giovane adulta, come mi ha chiamata oggi la ginecologa mentre mi infilava una specie di pistola di plastica dritta su per la giovane patata. L’eccessiva razionalità, poi, è dei poveri. Dei poveri di spirito, di istinti, di emozioni, di brividi.
Sofia vuole un uomo per procreare, per mettere su casa, per cucinare tutte le sere della pastasciutta che non sia solo per il suo cane. Sofia pensa, studia, valuta, pondera, cerca affannata questo essere etereo e dal passato, presente e futuro encomiabile, e va da sé che ogni uomo ha qualcosa che non va. Sofia pensa, pensa al punto di pensare l’impossibile. E porcaputtana anche io sarei imperfetta per lei e per i suoi standard, se solo avessi il pene. Sarei un vero mostro, per lei, mo’ che ci penso. Una promiscua testa calda. Una che l’apparenzainganna. Non sto dicendo che non dobbiamo pensare e che dobbiamo tramutarci in esseri superficiali che bastacherespiri, né che stia spingendo verso una delle tante nauseanti viedimezzo da poracci veri. Però cazzo, un po’ di respiro, un po’ di Let it Be.
Noi siamo quello che pensiamo, diceva Siddhārtha Gautama (sì, lo cito quasi più degli Oasis ultimamente, e quindi?). Quindi, se pensiamo troppo, chi cazzo siamo? Un gomitolo confuso di grandi speranze ed ideali impossibili? Un gomitolo di Madonne in fuori gioco?
Boh.
So solo che io non penso più a un cazzo. Vado a braccio. Sono un pendolo che oscilla tra il va tutto bene e vabeneuncazzo. Schopenhauer avrebbe riscritto tutte le sue opere dopo essersi fatto una chiacchierata con la me di questi tempi. Ma è morto. E la chiacchierata con me se la fa Sofia, coi suoi occhiali di osso, che leva e rimette in modo ossessivo-compulsivo. Non lo so bene cosa le dico, vado a braccio, appunto, e mi arrabbio molto. Le X su Pazienza e Dolcezza, dicevamo prima, non hanno portato grandi risultati.